MARCHE DEI MIEI STIVALI.

I buchi nelle scarpe di molti marchigiani a Roma.

Sono o no il topo del calzaturiero, con marchi come “Tod’s”, “Hogan”, “Nero Giardini”, “Cesare Paciotti”? Le Marche allora provvedano ai buchi nelle scarpe di molti artisti che… vanno e vengono. 

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[14/04/2016]

Puzzano anche dall’affresco (tutto il resto è sublime). Raffaello nella Scuola di Atene, sui muri delle Stanze vaticane, si toglie un sasso dalle scarpe: quanto era divino Michelangelo ma che tanfo! Per dirla col critico e pittore americano Kenyon Cox, “non era solo un malinconico ributtante ma anche un avaro da morire: andava perfino a letto con le scarpe con cui si apriva un varco per le strade e a casa sua”. Eccolo quindi in primo piano, scomodo e nuvoloso, pitturato da Raffaello con gli stivali lerci, che sporgono. Se non è un riporto di Giulio Romano, quando già Raffaello era passato all’Incendio del Borgo, è una mascalzonata dell’Urbinate. C’è tutto il mondo che conta nella Scuola di Atene, la crème del Rinascimento. Ma nessuno a distanza di sicurezza come Michelangelo nei panni del pessimista Eraclito. Della casa romana in via Macel de’ Corvi e del sudiciume, non fa mistero lo stesso Michelangelo nel componimento 267 delle sue Rime, dove la puzza è inversamente proporzionale alla poesia. Premesso che abita in zona di sgambatoio per cani, che la mattina gli entra il sole dagli spifferi da cui vede i passanti orinare, deve ringraziare il fisico che ancora gli regge se l’anima [sua] dal corpo ha tal vantaggio, / che se stasat’ allentasse l’odore, / seco non la terrebbe ’l pan né ’l formaggio. Sfiancato che sarà il corpo, l’anima se la darà a gambe dal fetore, neanche un po’ di pecorino sul pane ce la farebbe a trattenerla…

Si sa che le uniche autorizzate a provare di mettere mano a quel macello fossero le colf di Urbania, vicino a Urbino, nelle Marche (G. Papini). Gira l’aria nell’affresco, in basso a destra. Nelle vesti del geometra Euclide col compasso, Raffaello ritrae l’architetto Bramante del contado d’Urbino (loc. Monte Asdrualdo di Fermignano, PU 1444 – Roma 1514). Anzi Bramante è colui che precede Raffaello a Roma di qualche generazione e ne favorisce il debutto. La calvizie e la zazzera lunga del ritratto coincidono con l’immagine che Bramante ha dato di sé anche altrove. Niente di trascendentale. Bramante è il factotum dell’architettura, si muove anche nell’ingegneria, butta giù i conti come una trottola, si muove da operaio nei cantieri: brama, è un ciclone. E’ a Roma per la seconda missione della sua vita: ridare una grandezza pagana alla Roma cristiana (così come, in Lombardia, aveva portato al Gotico la volumetria di Piero della Francesca, stravisto a Urbino). Ce la farà a quadrare il cerchio: demolire quell’agglomerato di edifici che vanno sotto il nome di S. Pietro e ricostruire una chiesa nuova che abbia per cappello il cielo, er cuppolone. Il compito immane sarà concluso da Michelangelo su progetto di Donato Bramante: del marchigiano è sicura la base e la demolizione del preesistente. Nei bar di Roma lo si prendeva in giro come “attila dell’architettura” o “maestro rovina”, che se fosse andato all’Inferno “avrebbe demolito anche quello” (Andrea Guarna da Salerno e Erasmo da Rotterdam). Insomma il primo delle archi-star, Donato Bramante, l’A della moderna architettura.  

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Bramante è un soprannome che all’architetto viene da nonno Pascuccio: attaccato alla terra, volitivo, forse un po’ avido. Per i contemporanei Bramante era Donato di Angelo di Pascuccio; Donino per gli amici, fra cui Leonardo. La schiettezza delle origini trapela anche nella vocazione artistica, che gli creò non pochi problemi coi familiari. Anziché ereditare la fattoria domestica, disegna nuvole e smacina terre, quindi il padre lo manda a 10 Km da lì: nel cantiere di Palazzo Ducale a Urbino. In capo al mondo. Forse sono della mano di Bramante gli sfondi architettonici o i volumi interni ai quadri di Piero. Si ridiscute attualmente la paternità della “Città ideale”; della chiesa di San Bernardino a Urbino, da Francesco di Giorgio Martini a Bramante. E’ certo che Donato esordisce con la pittura al servizio dell’architettura, di un allargamento del campo visivo in senso prospettico e monumentale. Questa grandezza di vedute, col senso innato del panorama, lo faranno interlocutore privilegiato del papa Giulio II nella nuova concezione di San Pietro. Le vicende romanzesche del maxi-appalto e il thriller dei rapporti col concorrente Michelangelo sono nel libro dello scrittore tedesco Sebastian Fleming (pseudonimo di Klaus Rüdiger-Mai) dal titolo “La Cupola del Mondo”: 

“ … «Non smettete mai di combattere!» gridò nelle orecchie . «Noi siamo i Fedeli d’Amore, perciò conosciamo anche l’odio! Mi son spiegato? Il mondo si fonda sul principio della lotta tra gli opposti. Tesi e antitesi, gamba d’appoggio e gamba libera, è la tensione degli opposti. Soltanto chi sa padroneggiare la tensione è un architetto, perché la tensione è alla base dell’architettura. Che cos’è una cupola?». «Una struttura curva?». «Somari! Tensione pura, calcolata correttamente! Perciò la cupola è l’espressione più pura e sublime dell’architettura. Tutto è in tensione: perfino l’acqua. Ma come hanno origine le tensioni, qual è la causa?». Sul viso di Antonio si leggeva chiaramente il rovello. «La forza! Voglio dire, le forze che agiscono l’una contro l’altra» disse finalmente sorridendo. «Agire è troppo poco, figlio mio. Così nascerebbe una architettura di cortesia. La vera architettura nasce dallo spasimo.» Estrasse un foglietto e lesse a voce alta: … Osserva tramite me il cosmo, come giace davanti ai tuoi occhi e comprendi esattamente la sua bellezza: è un corpo indenne e nulla sarà mai più vecchio di lui eppure è nel fiore della sua forza, è giovane e fiorisce di continuo… . Il beffardo Baldassarre si era fatto serio: «Che roba è, maestro?». «Che non dovete pensare di costruire case, palazzi o chiese. Chi costruisce un palazzo costruisce un canile, chi costruisce una chiesa costruisce un capanno. E’ troppo poco. Dovete costruire mondi interi! Allora riuscirete, dopo molto sforzo, a costruire anche i palazzi e le chiese, che resistono». «Capisco. Gli uomini vivono, gli animali vivono, le piante vivono, quindi devono vivere anche gli edifici in cui si trovano», ammise Baldassarre. Antonio non osava aggiungere altro. «E lo sapete voi quando finisce la lotta degli opposti, la guerra che genera la vita?» I due novizi scossero il capo. «Quando si muore, somari! Se accumuliamo pietre morte siamo morti, così come la maggior parte delle persone al mondo, che sono morte da tempo, e non se ne accorgono perché sono sempre state morte, perché non hanno mai vissuto. Non smettete mai di soffrire, non accettate nessuna pace, lottate, generate incontri di forze, perché solo così nasce la tensione che è la vita. L’equilibrio non è quel punto morto che si crede, bensì il momento di massima tensione tra le forze di pari intensità.» … “

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Donato o Donino è un vero marchigiano: versatile, il suo mistero dentro di lui, ma non bada a sottigliezze. Se c’è da strangolare le rane negli scavi per il Ninfeo di Genazzano, lo fa con le sue mani; bitumare, lo fa direttamente lui; anche escogitare qualcosa in legno tenero, perché quel nemico di Michelangelo non si bruci la schiena a dipingere la Sistina tutto sdraiato… I piedi per terra, glieli aveva insegnati la gavetta. Anche lui senza scarpe, coi calzetti bucati! Risolse l’inconveniente in poesie della gioventù, che ora si conoscono come sonetti ‘delle calze’: e’ l’han più busi che non ha un cribello / e pegio è ancor ch’io ho voto el borsello. Sa che il lettore intende quello / che dir vorria, senza fartel più chiaro. Pure te lo dirà: ne vorrei un altro paro. Guai a ritenere i borzachini sfondati un vezzo dell’artista: sì, al corpo di Dio, / e non è un soldo al mondo che sia mio. Ma come lui non guadagna?!?! A dirve el ver, le corte èn come i preti, / ch’acqua e parole e fumo e frasche danno. / Chi altro chiede, va contra i deveti. Il solito ritardo dei pagamenti con l’eroismo di non far fretta ai contabili, che se no te li insabbiano. Recentemente uno studioso ha ipotizzato doppi-fondi erotici per le calze bucate e il profluvio di neonati da mantenere, ma il decano della filologia italiana ha tuonato che ci vede solo le nebbie degli esordi milanesi, la pena e la gran poesia di “avegh frecc i pee, di essere povero in canna o ricco solo di molto talento” (D. Isella). Curioso infine che dalle-Marche-al-mondo il passo sia breve, grazie al calzaturiero di marchi come “Tod’s”, “Hogan”, “NeroGiardini”, “Cesare Paciotti”…! Qui “l’imprenditore ha ancora la mamma contadina” (Diego Della Valle a Enzo Biagi). Qui “abbiamo un poeta (Leopardi) grazie al quale sappiamo perché il sabato siamo (moderatamente) allegri e la domenica (moderatamente) tristi. Moderatamente non lo ha scritto il poeta, però è così che noi siamo allegri e tristi: moderatamente. E il lunedì? Il lunedì è prosa, prosa marchigiana, quella che ci ha fatto vendere le scarpe in tutto il mondo e anche se adesso c’è la crisi a Milano, alla fiera, è andata benissimo” (G. Severini).  

Le Marche quindi provvedano alle scarpe sfondate di molti artisti che… vanno e vengono per quelle contrade.  

[ Kenyon Cox, Old masters and new: essays in art criticism, Fox Duffield & Co., New York 1905, p. 264

Enzo Noè Girardi, Apparato, in Michelangiolo Buonarroti “Rime”, Laterza Editori, Bari 1960, pp. 434-436

Giovanni Papini, Vita di Michelangiolo nella vita del suo tempo, Garzanti editore, Milano 1949, pp. 517-519

Andrea Guarna da Salerno, Scimmia, edizione emendata e corretta a cura di G. Battisti. introduzione e traduzione di E. Battisti, Istituto Grafico Tiberino, Roma 1970, pp. 21-23

Erasmo da Rotterdam, Papa Giulio scacciato dai cieli (testo latino a fronte), a cura di P. Casciano, Argo editore, Lecce 1998, p. 139

Sebastian Fleming (pseudonimo di Klaus Rüdiger-Mai), La Cupola del Mondo (Die Kuppel des Himmels), traduzione di P. Scopacasa, Edizioni Nord, Milano 2012, pp. 364-367

Donato Bramante, Sonetti e altri scritti, a cura di C. Vecce, Salerno Editrice, Roma 1995, pp. 50-53

Dante Isella, I Sonetti delle calze di Donato Bramante, in “Operosa parva per Gianni Antonini. Studi raccolti da Domenico De Robertis e Franco Gavazzeni”, Edizioni Valdonega, Verona 1996, pp. 123-133

Enzo Biagi, Marche, la fabbrica del made in Italy. Santi, anarchici e aziende: un miracolo, in “Corriere della Sera”, 13 settembre 1998

Gilberto Severini, Tra business e Infinito per scoprire il segreto della regione «plurale», in “Corriere della Sera”, 4 ottobre 2011 ]

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Curiosità! Azzeccata sintesi breve di Luigi Accattoli, nella sua rubrica “Due parole in croce” (bel titolo per un vaticanista!) sul supplemento “La Lettura” del Corriere della Sera: “Papa Bergoglio ha invitato 150 barboni nella Sistina facendo felice Michelangelo che i contemporanei accusavano di vivere da pitocco, contento di un tozzo di pane. Egli stesso ebbe a confidare al biografo Ascanio Condivi d’aver sempre vissuto da povero e gli narrò che dormiva vestito e con gli stivaletti in gamba che cavava raramente, tant’è che alcuna volta con gli stivaletti n’è venuta la pelle, come quella della biscia.”

Luigi Accattoli, I barboni amici di Michelangelo, in “La Lettura” supplemento del  “Corriere della Sera”, 5 aprile 2014

Curiosità! Secondo il citato Giovanni Papini “le serve specialmente furono una delle perpetue dannazioni di Michelangiolo”. Tra massaie che s’insediano con la prole o che pretendono il salario anche malate, è un continuo sbattimento di porte. Più sicurezza gli danno quelle provenienti da Casteldurante (l’attuale Urbania, nelle Marche). Nonostante il turn-over, è chiara la predilezione: “nel gennaio del 1554 compare una Lisabetta da Castel Durante, cioè dello stesso paese dell’Urbino. … Il 1 ottobre entrarono al suo servizio una Lucia di Castel Durante e la madre di quella Lisabetta nominata prima. Nell’aprile del 1558 altre due donne, Laura e Benedetta di Castel Durante; Laura viene mandata via nell’aprile del 1560. Nel giugno del 1559 gli era giunta in casa una Girolama di Castel Durante ma deve avergliene fatte di tutti i colori, perché la scaccia nell’agosto del 1560 e annota nei suoi Ricordi queste eloquenti parole: che mai non ci fusse venuta“. Altre fedeltà o amicizie marchigiane brillano (di luce anche sinistra) nella vita di Michelangelo. In particolare, per Papini: “nessuno ha notato che Michelangiolo, il quale non si recò mai a Urbino, ebbe a che fare durante tutta la vita con gente di Urbino. Il suo primo maestro fu Francesco da Urbino; uno degli scultori coi quali ebbe a dire per le statue della tomba era un Francesco da Urbino; il suo grande emulo ai tempi di Giulio II, il Bramante, era nativo del Ducato di Urbino; il pittore che avrebbe voluto prendere il suo posto nella Sistina fu Raffaello da Urbino; uno dei suoi persecutori nella tragedia della sepoltura era il Duca di Urbino; il garzone al quale si affezionò di più e che più lungamente stette con lui fu Francesco Amadori detto l’Urbino; uno dei suoi ultimi aiuti a S. Pietro fu Cesare di Casteldurante”.

Giovanni Papini, Vita di Michelangiolo nella vita del suo tempo, op. cit., Milano 1949, p. 350

immagine iniziale: particolare di “Michelangelo-Eraclito” nell’affresco di Raffaello “La Scuola di Atene” (1509-1511) nella Stanza della Segnatura in Vaticano

immagine 1 intermedia: particolare di “Bramante-Euclide”, ibidem

immagine 2 intermedia: l’originale presentazione del romanzo di S. Fleming in Italia, in una performance di Matteo Giardini col Comune di Fermignano (PU) e le proiezioni ‘immersive’ di Paolo Buroni – STARK srl Architectural & Interactive Projectors: agosto 2014. Era presente lo scrittore con la traduttrice Maria Angela Magnani (foto di Günter Krawutschke ©)   

immagine finale: altra immagine della presentazione del romanzo di S. Fleming in Italia, c. s. (foto di Günter Krawutschke ©)  
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