TROPPO DIVERSO.

Prove di ‘laicità’ ne «Il rosso e il nero» di Stendhal.

E’ un brano lungo per Internet. Ma è un testo di educazione civica, mai troppa. Narra delle agghiaccianti impressioni di Julien Sorel, protagonista de «Il rosso e il nero» di Stendhal, quando entra in seminario. Egli pensa che sia una tappa obbligata nella formazione di un giovane; spera che fornisca i migliori argomenti anche ai fini della carriera; ha un’individualità eccessiva e forse vuole attingere stimoli per l’energia popolare che si sente di muovere. Egli crede alla volontà popolare come una cosa sacra. Siamo nella Francia post-rivoluzionaria 1830: tu chiamala, se vuoi, laicità.   

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[ 20/10/2017 ]

E’ un brano lungo per Internet. Ma è un testo di educazione civica, mai troppa. E’ un percorso scomodo ma raccomandabile. Narra delle agghiaccianti impressioni di Julien Sorel, protagonista de «Il rosso e il nero» di Stendhal, quando entra in seminario. Egli pensa che sia una tappa obbligata nella formazione di un giovane; spera che fornisca i migliori argomenti anche ai fini della carriera; ha un’individualità eccessiva e forse vuole attingere stimoli per l’energia popolare che si sente di muovere. Egli crede alla volontà popolare come una cosa sacra. Siamo nella Francia post-rivoluzionaria 1830: tu chiamala, se vuoi, laicità.

A giudicare dalla testa ghigliottinata alla fine del libro, si conclude che fu un impegno vano o narcisistico, che i colori sono forti e inconciliabili, che non resistono gli individui, che «Julien era troppo diverso».  

Inconfondibile la malizia di Stendhal, che affida a luoghi molto truccati, molto romanzeschi (in questo caso il seminario, il convento) il racconto della libertà e delle ‘oscure trame’ che si annidano nel progetto educativo, quando non comincia da noi.    

I «contemporanei che ancora soffrono di certe cose» non mi sembrano archiviati e il ‘rosso’ e il ‘nero’ tingono ancora e rendono indigesta la lettura di certi ‘capitoli’; molto socievole il romanzo, poco associabile l’educazione alla storia e alla civiltà:

“Il lettore vorrà permetterci di raccontare pochissimi fatti chiari e precisi su questo periodo della vita di Julien. Non che i fatti manchino, anzi. Ma forse ciò che visse in seminario è troppo nero per le tinte sobrie che abbiamo cercato di mantenere in queste pagine. I contemporanei che soffrono di certe cose possono ricordarsene solo con un orrore che paralizza ogni altro piacere, perfino quello di leggere un racconto”

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“ … Soddisfatto della propria condotta, Julien si guardava intorno; trovava ovunque l’apparenza della più pura virtù.

Otto o dieci seminaristi vivevano in odore di santità e avevano delle visioni come santa Teresa o come san Francesco quando ricevette le stigmate sulla Verna. Ma era un grande segreto, i loro amici lo tenevano nascosto. Quei poveri ragazzi con le visioni erano quasi sempre in infermeria. (…) Il resto dei trecentoventuno seminaristi era composto da individui rozzi che non erano ben sicuri di capire le parole in latino che proferivano tutto il giorno. Ma erano figli di contadini e preferivano guadagnarsi il pane recitando qualche parola in latino che zappando la terra. In base a queste osservazioni, fin dai primi giorni Julien si ripromise rapidi successi: «In ogni mestiere occorrono uomini intelligenti, perché in fin dei conti c’è un lavoro da fare», egli si diceva. «Al tempo di Napoleone sarei stato sergente; in mezzo a questi futuri preti, sarò gran vicario.»

(…)

Così erano le persone tra cui doveva distinguersi; ma quello che Julien non sapeva, ciò che tutti si guardavano bene dal dirgli è che essere il primo nei corsi di dogmatica, di storia ecclesiastica ecc. ecc. che si frequentano in seminario, ai loro occhi era soltanto uno ‘splendido’ peccato. Da Voltaire in poi, da quando esiste il governo delle Camere, che in fondo è solo ‘sospetto’ e ‘libero esame’, e dà ai popoli la cattiva abitudine di ‘diffidare’, la Chiesa di Francia sembra aver capito che i suoi veri nemici sono i libri. Ai suoi occhi solo la sottomissione del cuore è tutto. Riuscire bene negli studi, anche sacri, le appare sospetto, e non a torto.

Chi impedirà all’uomo superiore di passare dall’altra parte come Sieyès o Grégoire ? La Chiesa, tremante, si attacca al papa come alla sua unica possibilità di salvezza. Soltanto il papa può tentare di bloccare il libero esame e, con le solenni e pompose cerimonie della sua corte, impressionare lo spirito annoiato e ammalato delle persone di questo mondo.

Julien, penetrando a mezzo queste diverse verità, che però tutti i discorsi fatti in un seminario tendono a smentire, lavorava molto e riusciva a imparare rapidamente delle cose utilissime a un prete, ma sbagliatissime ai suoi occhi: «Sono proprio dimenticato da tutti sulla terra?», pensava. «Dio c’è?»…

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… In verità, nelle cose importanti Julien si era comportato con accortezza; ma trascurava i particolari, mentre in seminario i furboni non badano che ai particolari. Così i suoi compagni lo consideravano già un ‘libero pensatore’. Era stato tradito da una quantità di piccoli gesti.

I movimenti degli occhi, per esempio, gli diedero molto da fare. Non è senza motivo che in quei luoghi si tengono gli occhi bassi. «Com’ero presuntuoso a Verrières!», si diceva Julien. «Credevo di vivere, invece mi preparavo appena alla vita. Eccomi finalmente nel mondo, quale lo troverò fino alla fine del mio ruolo, circondato da veri nemici. Che immensa difficoltà» aggiungeva, «questa ipocrisia di ogni istante; da far impallidire le fatiche d’Ercole. L’Ercole dei tempi moderni è Sisto V che per quindici anni consecutivi, con la sua infermità, inganna quaranta cardinali che lo eleggono papa e subito recupera la salute.»

(…)

Nonostante l’applicazione assidua di vari mesi, Julien aveva ancora l’aria di ‘pensare’. Il suo modo di muovere gli occhi e di atteggiare la bocca non rivelava la fede implicita e pronta a credere tutto e tutto sopportare, anche il martirio. Julien, furibondo, si vedeva superato in questo esercizio anche dai più rozzi contadini. C’erano dei buoni motivi perché non avessero una faccia pensante.  

Nelle solennità si davano ai seminaristi le salsicce coi crauti. I vicini di tavola di Julien avevano notato che era insensibile a quella fortuna: fu una delle sue prime colpe. I compagni lo interpretarono come un segno odioso della più sciocca ipocrisia; fu la cosa che gli procurò più nemici: «Ma guarda quel borghese, quello spocchioso», dicevano, «che finge di disprezzare la refezione migliore, salsicce coi crauti! Ma come si permette! E’ un cinico! Un orgoglioso, un dannato!»

«Ahimè, l’ignoranza di questi giovani contadini che sono i miei compagni è un enorme vantaggio per loro!» esclamava Julien nei momenti di sconforto. «Arrivati in seminario, i professori non devono faticare per sbarazzarli di quello spaventoso numero di idee mondane con cui sono entrato io, e che loro mi leggono in viso, qualunque cosa faccia. (…) Eppure saranno questi gli unici professori di morale che avrà il popolo, e senza di loro che fine farebbe? I giornali potranno mai sostituire il parroco?» …

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… L’eloquenza di Julien fu quindi la sua nuova colpa. I suoi compagni, a forza di pensare a lui, riuscirono a esprimere con una sola parola tutto l’orrore che  ispirava loro: lo soprannominarono Martin Lutero.

Parecchi giovani seminaristi avevano un colorito più fresco e potevano essere considerati più belli di Julien, ma lui aveva le mani bianche e non riusciva a nascondere certe abitudini di delicata pulizia. Quello non era un vantaggio nella triste dimora dove era stato gettato. Gli sporchi contadini tra cui viveva dichiararono che aveva dei costumi molto rilassati…

Julien aveva un bel farsi piccolo e stupido, non poteva piacere: era troppo diverso. … “

[ Stendhal, “Il rosso e il nero. Cronaca del XIX secolo” (“Le Rouge et le Noir. Cronique du XIX siècle”; 1830), traduzione di Margherita Botto, Einaudi editore, Torino 2013, pp. 185; 176-177; 179; 181; 198; 187-189 ]

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immagine iniziale: Photo © Allstar maniac

immagine intermedia 1: la copertina di un’edizione francese de “Le rouge et le noir” (par Roger Nimier, Le livre de poche classique, Paris 1958)

immagini intermedie 2, 3: Gérard Philipe (doppiato in italiano da Giorgio Albertazzi) nel film da Stendhal, regia di Claude Autant-Lara, 1954 (in Italia col titolo “L’uomo e il diavolo”)

immagine finale: particolare della “Vestizione di san Guglielmo” del Guercino (1620, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna). Stendhal lo indica a pag. 181 di op. cit. quale espressione della “fede implicita e pronta a credere tutto e tutto sopportare, che si trova tanto spesso nei conventi italiani”

 

 

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