DI UN CERCHIO MAFIOSO.

La chiave d’oro: da Verga a Sciascia. 

Un raccontino imbarazzante per Verga, esemplare per Sciascia. Negli occhi di un bambino una vicenda mafiosa, che Verga non saprebbe dove pubblicare. La memoria senza poesia porta, in direzione opposta a Proust, al verismo e alla denuncia di una grave mancanza educativa.

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[18/06/2018]

Piace a Sciascia ciò che Verga rifiuta. Il giallista dei misteri nostrani compatisce l’autore de «I Malavoglia» quando non sa dove collocare un suo racconto e tende a metterlo fuori, tra gli extravaganti. Sciascia lo recupera come gravemente indiziario della grandezza di Verga. Troppa grandezza se in un particolare vi aveva nascosto se stesso (anche come coscienza poetica) e aperto la falla che da una parte condurrà alla poesia della memoria (Proust) e dall’altra alla pratica della dannata memoria italiana.

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Cioè? Parliamo di un racconto che avviene tra i fichidindia e il solleone: «La chiave d’oro» di Giovanni Verga (1883). Coi pranzi imbanditi dalle comari «che avanza roba da portarne via a catini». Poche ombre. Solo quella del Canonico di Santa Margherita che «teneva la carabina al capezzale del letto, sotto il crocifisso» o del rosario sbadigliato dopo cena, che si sente quindi «una schioppettata» col morto ammazzato, proprio come all’inizio del Gattopardo.

« … Ma appena fuori del cortile si trovarono fra i piedi Luigino, che era sgattaiolato fra la gente. – Portate via questo ragazzo – gridò lo zio canonico. – No! voglio andare a vedere anche io! – strillava costui. E dopo, finché visse, gli rimase impresso in mente lo spettacolo che aveva avuto sotto gli occhi così piccolo. …. »

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E Sciascia considera dopo questa, le altre “fantasticherie”, le altre visioni “rubate” che sovrintendono alla genesi, alla “morbosa ossessione” dei Vinti nel ciclo verghiano. Cosa vede di immane il bambino nel quale ci sarebbe in emblema lo spaventoso Verga e non Proust, cioè l’eredità buona della memoria?

Vede e apprende ciò che sta alla base del costume mafioso. Che non è solo il ricatto per ciò che si è visto ma è “la ritorsione di ciò che si apprende vedendo”. E’ una questione anzi “un’emergenza educativa”: non a caso Verga l’assorbe dentro una poetica veristica come la sua. “Infatti mi pare ci sia come una rivelazione del processo creativo da cui erompono le cose del Verga più grande, tra Nedda e Mastro Don Gesualdo. E questa rivelazione è data dalla presenza di un bambino. Presenza fulminante e catalizzatrice. Soltanto un attimo, e non si parlerà più di Luigino; ma si avrà il senso che tutto, di quella notte, è stato registrato dal suo occhio ed è rimasto impresso nella sua mente. Aveva ragione il canonico che glielo levassero dai piedi”.

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«La chiave d’oro» è quella che dice di aver perso, nel trambusto, il Giudice con la sua corte di sbirri, intervenuto per arrestare il Canonico mandante dell’omicidio. Normale che un Giudice del genere non ritrovi «la chiave d’oro» del suo orologio a catena, dopo l’esubero di cena e vettovaglie a cui viene sottoposto per «bene accoglienza». Accettò anche «il caffè fatto apposta con la macchina (…) e una bottiglia di moscadello». Normale che non veda la fuga di Surfareddu, il malavitoso che il Canonico tiene a guardia della «roba». Normale in quel profluvio, «che Surfareddu avesse agitato troppo lo schioppo» (salvo licenziarlo col doppio che se avesse lavorato onestamente).

Ragionerà il Canonico, prosciolto dai casi di «quella notte che gli aveva dato tanto da fare», che il Giudice fu addirittura un galantuomo: «Perché invece di perdere la sola chiavetta, avrebbe potuto farmi cercare anche l’orologio e la catena». Quando invece bastò mandargli «una bella chiave d’oro, che gli costò due onze a Caltagirone».

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Sciascia interviene nell’orologio incessante di questa Italia che vede ma non ricorda. E ricorda male. Che perde tempo sui particolari che non contano perché “tante cose ci sembrano grandi che poi, se rivedute a distanza di anni, si impiccioliscono”. Il cui complesso è la memoria: “dunque, Verga ci ha avvertito della presenza della memoria”. E del meccanismo, dove s’inceppa:  

«… Nel frutteto, sotto l’albero vecchio dove è sepolto il ladro delle ulive, vengono cavoli grossi come teste di bambini.»

Questo è quello che poi videro gli occhi del bambino imbarazzato non meno di Verga. Occhi veristici, dove si ripete l’attentato educativo. Occhi degli italiani che guardavano dall’altra parte di Proust.

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[ tutte le citazioni tra «» sono da: Giovanni Verga, «La chiave d’oro» (*), in Id., “Novelle”, con un saggio di Leonardo Sciascia, intro. e note di Giulio Carnazzi, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1981, vol. secondo, pp. 435-439

le citazioni tra “” sono da: Leonardo Sciascia, “Verga e la memoria”, in Id., “Cruciverba” (1983); ora in Id., “Opere. 1971-1983”, a cura di Claude Ambroise, Bompiani editore, Milano 2004, pp. 1115-1125

(*) “Tra le novelle di Verga, «La chiave d’oro» è una delle più belle e delle meno conosciute. Fu pubblicata nel numero dell’11 novembre 1883 del settimanale La Domenica Letteraria e l’anno successivo entrò nella raccolta, pubblicata in gustosa edizione dal Sommaruga, dei «Drammi intimi». Insieme ad altre due novelle (...) giustamente uscì dai «Drammi intimi» quando, nel 1891, questi entrarono a far parte dei «Ricordi del capitano d’Arce»; ma restò fuori da ogni altra raccolta. Poteva benissimo essere aggiunta alle «Novelle rusticane» o entrare in «Don Candeloro», ma Verga se ne dimenticò o volle dimenticarsene. ...” (L. Sciascia, op. cit.) 

grazie a Giacomo F. che sta elaborando questa tesi per la Scuola ]

immagine iniziale: orologio da taschino Kendal & Dent prodotto a Buren, in argento con la chiave d’oro (su aste.catawiki.it) 

immagine 1: rara e antica chiave per orologio indossabile, sec. XIX (su PicClik IT)

immagine 2: tabacchiera in uso al clero con soggetto religioso, manifattura del 1876 (su tabaccodifiuto.forumfree.it)

immagine 3: antico girello in legno per bambino (su kijiji.it)

immagine 4: chiave per orologio portatile, sec. XIX (su PicClik IT)

immagini finali a, b: ciò che resta della Croma blindata nella quale persero la vita, il 23 Maggio del 1992, i ragazzi della scorta del giudice Giovanni Falcone: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani (su monrealepress.it)

Gerrit Dou (1613-1675), “Stilleven met kandelaar en horloge (Natura morta con candela e orologio)”, olio su tela, 1650 ca., Staatliche Kunstsammlungen Dresden – Gemäldegalerie Alte Meister

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