GRAN PREMIO A CHI?

Ormai il traffico del tempo libero supera quello per il lavoro. Il modernariato di Dino Buzzati

Fiat_500

[ 13/09/15 ]

Col che chiudo, e me li faccio tutti nemici. Tutti quelli delle macchine che paralizzavano l’Adriatica per defluire dal Gran Premio, altezza Misano. Impossibile percorrere la Statale per altri scopi che non fossero quelli di Valentino Rossi & co. Ne ho misurato tutta la potenza terrena dall’abitacolo dell’auto da dove disdicevo per telefono sogni e appuntamenti, promettendo ritorni a notte fonda, l’indomani, un giorno, chi sa…

Scendo buon proseguimento: avrei voluto dire a chi, spalancando la portiera della macchina per incamminarmi a piedi, poteva salirci e continuare la festa. Una situazione da capogiro, ben tollerata da facce gioconde di trovarsi nel mezzo di un evento globale. Se ne contavano i miliardi e bilioni, che fanno andare le cose a questo modo. Anche il servizio d’ordine non poteva che far roteare la paletta come un ventaglio e, con un po’ d’aria, ecco un po’ di macchine balzare avanti come palline stanche. Nella fila metallica di carrozzerie che luccicava per l’ultimo sole almeno fino a ***, mi chiedevo che ci facessi, come quando passa il trasporto eccezionale dello yacht sulle strade del comune percorso. Mi viene l’indignazione, avrei potuto firmare rissosamente le dimissioni, chiedere col megafono lo stato di calamità (e a Valentino Rossi di provvedere almeno un cross, la scorciatoia per i campi in groppa al suo centauro, qualcuno dei suoi cavalli in soccorso). Arriva la notte accesa da pazienti sigarette, dagli smartphone come lucciole fuori stagione, qualcuno prova a deviare. No: hanno sbarrato gli accessi autostradali. Bisogna rimanere allineati. “Poi, con rapidità fulminea, la voce, per quanto inverosimile, si diffuse da un capo all’altro della città: era arrivata la peste delle macchine. … ”

“ … Sui prodromi e manifestazioni del misterioso male se ne sentì di ogni colore. Dicevano che l’infezione si rivelasse con una cavernosa risonanza del motore, come per un intoppo di catarro. Poi i giunti si gonfiavano in gibbosità mostruose, le superfici si ricoprivano di incrostazioni gialle e fetide, infine il blocco del motore si disfaceva in un intrico sconvolto di assi, bielle ed ingranaggi infranti. In quanto al contagio, si pretendeva che avvenisse attraverso i gas di scarico, perciò gli automobilisti evitavano le strade frequentate, il centro divenne pressoché deserto e il silenzio, già tanto invocato, vi si stabilì sovrano come un incubo. Oh, festosi clacson, oh tonanti scappamenti dei bei giorni”. Ti ricordi la peste nei Promessi Sposi? Dino Buzzati la immagina propagata nel traffico milanese degli anni ’60, quelli spesi (invano) contro il logorio della vita moderna. Non sai se più assassini dell’umanità o benefattori, compaiono strani tipi a lasciare autovetture in punti strategici (v. il garage Iride di via Mendoza) col motore acceso un minimo, giusto tossicchiante “un rumore strano, mai udito, un arido stridío, quasi i cilindri macinassero dei sassi”. Chi scende, per lo più straniero, elegantissimo, lascia l’auto con le chiavi inserite. Il capo meccanico che accorre al cummenda, deve sbiancare: “Madonna santa. Questa è la peste”. Seguono ordinanze con le grida di non toccare l’auto, di trasportarle in periferia. Si allegano inutili fogli di precauzioni. Cresce il mercato nero di “una speciale mistura d’oli minerali capaci di prodigiose guarigioni”. Qualcuno sfrega l’auto di nascosto: sono palpeggiamenti e poi disperate carezze. La diffidenza fra vicini di casa rasenta il cinico. Tra colleghi dello stesso ramo, si finisce col voltafaccia del Griso a don Rodrigo: “Celada – gli dissi; tu sei sempre stato un amico. – Eh, spero bene. – Siamo sempre andati d’accordo. – Per grazia di Dio. – Di te mi posso fidare… – Diavolo! – Vieni allora. Vorrei che tu vedessi la Roll-Royce. – Vengo subito. E mi parve, prima che quello mettesse giù la cornetta, di udire un lieve risolino…”.  Ingrassano i rottamatori che non sanno più dove mettere le carcasse scoppiate o liquefatte. I nuovi monatti? “E al di là dell’ippodromo il cielo rosseggiò dei roghi delle macchine uccise dalla peste e ammucchiate a bruciare in un vasto recinto che il popolo chiamava lazzaretto”.

Anche i giornali riportano del caos e dei disagi che ho subíto. In un’intervista al Sindaco di Tavullia, mecca dei fan di Valentino Rossi, le si chiede se ha visto com’è ridotto il cartello di località, tutto pieno di firme e di disegni: “Ho visto, sembra Ponte Milvio con tutti i lucchetti dell’amore”. Il Sindaco non pensa di cambiarlo: “è una specie di attrazione turistica”. Crede che l’accoppiata Misano-Tavullia sia stata una bella iniezione per l’economia, “anche se c’è sempre qualcuno che si lamenta e non considera i lati positivi che sono preponderanti”. In mancanza di meglio, il governo locale amministra sempre di più i territori a suon di eventi propagabili coi motori e le tecnologie. Gli automezzi e gli elettrodomestici di Buzzati sono sinistri e innocenti: “Questa, che io sappia, fu la prima avvisaglia del flagello, il timido rintocco che prelude al dispiegato scampanío di morte”. 

[ Dino Buzzati, La peste motoria, in Id. Sessanta racconti, Mondadori editore, Milano 1958-1985, pp. 523-528
I giorni delle moto. Tavullia, il regno di Rossi <intervista di Franco Bertini a Francesca Paolucci, sindaco di Tavullia>, in “QN – Il Resto del Carlino (Pesaro)”, 16 settembre 2015 ]
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