IL LAGO E’ UN MARE

Al lago di Como coi “Promessi Sposi”. Uno specchio ai migranti

_DSC0078

[ 12/09/15 ]

“E’ bello al mare il Settembre, ma forse più bello ancora sui laghi o lungo i fiumi”. Seguo lo scrittore Fabio Tombari: “E’ questo il mese in cui ogni distanza dà il senso della nostalgia, quando l’orizzonte si perde dentro chiusi orizzonti, e l’estate ritrova finalmente nella morte la propria nobiltà.” Quindi parto per il lago di Como, luogo manzoniano. Sul sedile davanti “I Promessi Sposi”, dietro anche un impermeabile. Il giornale-radio avverte: proseguono gli sbarchi dei clandestini.

Vado al lago per dimenticare l’estate balneare. Temo di ritrovarmi in mare aperto, in una maretta peggiore di quella che rimbalzano i politici: se quanti sbarcano dal Mediterraneo han diritto o no all’asilo, dove e come; se sono più numeri da scompaginare la sicurezza nazionale o anime che ci attraversano gli occhi, le strade, la pietà. Me lo farò spiegare dal lago apparentemente tranquillo alla fine del capitolo VIII, “se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo”. Impedito il matrimonio fra Renzo e Lucia per l’esoso don Rodrigo, gli umili protagonisti, fidando sulla loro elementare astuzia, han combinato un casino e il vigilante fra’ Cristoforo deve disporre fuga e partenza immediate. Alla “notte degl’imbrogli e de’ sotterfugi” segue il famosoAddio, monti, che non mi pare solo un pezzo lirico o di bravura. Chi c’è sul barcone? Solo Agnese, Renzo e Lucia nonché il muto battelliere? Cos’altro? Per un suo tipico nervosismo, Manzoni talora si immedesima talora si distrae dai suoi personaggi: “Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini” … Da come salgono a filo di voce i singhiozzi muti dei profughi, sembra che sia salito anche l’Autore. E non dopo lieve crisi, credo, di lasciare la scrivania.

L’idea di una regia è chiara fin dalle prime mosse: i nostri se ne vanno dai luoghi rustici e nativi alla “riva destra dell’Adda”: cioè verso la sponda milanese, la più civilizzata. Chi fa truppa sul barcone rievoca le volte in cui si è trovato nelle identiche condizioni da vomito o agorafobia: “ … Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro” … Il trasbordo sembra già compiuto da uno a cui sia venuto il disgusto più forte della nostalgia. Previene lo scandalo dei benpensanti, quando si vedranno recapitare profughi così male in arnese: Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! …. Con Renzo e Lucia sono caricati tutta una generazioni di migranti, l’idea stessa della partenza e, perché no, il ritorno. Che non si deve confondere con la tappa, ma neanche si può lasciare inabissare. Per non farne poltiglia, la coscienza intellettuale lo solleva sulla barca e – oh issa – vi rovescia quella necessaria immaginazione <per> arrivare a un momento stabilito per il ritorno!. Quanto pesa, come deborda il diritto a immaginare un futuro! “ … Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; (…) Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore… E’ l’inesprimibile di ogni partenza. L’inviolabile segreto sul batèl di Manzoni.

[ Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, in Id. I Romanzi, saggio introduttivo, revisione del testo critico e commento a cura di S. S. Nigro, I Meridiani Mondadori, Milano 2002, vol. II, tomo secondo, pp. 162-164 ]

Detto da un italiano nell’italiano che non è ancora dell’Italia unita (sopra la bocca ci aveva il piede dello straniero), fa specie. Fa specie anche l’osservazione del cattolico Manzoni  (poco allineato), sulla truffa sessuale perpetrata ai futuri sposi: “ … Addio, chiesa, (…) dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio!… ”. Fa freddo sul lago: uso l’impermeabile? Tocca nell’anima, più avanti, il lunario poetico di Tombari: “Coi primi freddi ritorna l’amore della casa, dell’orto, della cantina, della musica da camera. Tornano i figli”.

[ Fabio Tombari, i Mesi [Settembre], Istituto Propaganda Libraria (IPL), Milano 1971, pp. 63; 66 ]
Annunci