TORQUATO TASSO

Selvagge emozioni sul Gianicolo, a Roma

Un incontro fuggente nei luoghi di Torquato Tasso, a Roma. Una giovane professoressa mi confida di amare il Poeta ‘proibito’ e di insegnarlo a suo rischio e pericolo come guida all’età adulta e agli spazi di libertà. Ma deve andare via. Ci diamo le mani su cui vorremmo segnare i versi e l’indirizzo. Si sentono le pulsazioni. Le Rime di Tasso come canzoni.

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[ 22/01/2016 ]

Le mie selvaggie (senza la virgola, con la i). Non ero con creature dissennate sul Gianicolo a Roma, al convento di S. Onofrio. Ma con le Rime di Torquato Tasso, che qui è sepolto. Nessun altro. E rime non vuol dire compostezza, quel balletto di far combaciare le sillabe, farle cadere nello stesso inchino. Ma la voce inconfondibile di Torquato e, con quella classe di poeti, l’abilità di concepire i versi come addentellati, rotelle di un meccanismo stratosferico per il cui il cuore si spreme dal dolore, batte in ardore, si solleva a un livello superiore. Quello da cui vedi un noi più vasto dell’io personale, un coro più forte del consenso, un accordo fra il dissenso, la dispersione delle cose umane. Dove cominciano le canzoni, per esempio. Una nota che nuota nell’aria, e ti ci puoi afferrare. E i palloncini del giocattolaio ai piedi della scalinata, davanti all’ospedale Bambin Gesù, dicono quale rischio sia la vita, quale musica tra i denti, se l’infanzia può stare lì dentro appesa a un filo.

Nessun altro. Posso quindi aggiungere appo e immaginare una virgola: appo le mie, selvaggie. In confronto alle mie: aspre, succose, non lavorate. Spontanee come i limoni di Sorrento, dove Tasso è nato. Sembra che dica: cosa ci fai lì da solo, vuoi un morso? “Amor, leggan pur gli altri / le socratiche carte, / ch’io in due begli occhi apprenderò quest’arte; / e perderan le rime / de le penne più saggie / appo le mie selvaggie, / che rozza mano in rozza scorza imprime”. E’ un desiderio profondo di Torquato di far dimenticare l’abilità, lo studio immane, i giganti sulla scrivania, i mostri nella testa dove vorrebbe l’alloro che non avrà, cioè il respiro verde dei boschi. Ci tiene ai panni di poeta, ma calerebbe le brache per una giornata qualunque, travestito da passante. Maledetta la distanza, le socratiche carte, vuole quest’arte di compromettersi. Di stare terra terra, vicino vicino. Getta lo spasimo di chi verrà nella capitale, a prendere gli attori veri dalla strada. Come Sandro Penna: “Tu sei passato ma non come sfugge / alla memoria un’aula di museo”, “Guardare per la strada un bel ragazzo / è come dare un fiore per diploma” … A lui non riesce. Porge le mani. Ma a te?

A te che mi chiedi se ci sia qualcuno. Che non risponde nessuno al locale museo. Ti chiedo a che serve. Mi guardi come a un sacrilego: e Tasso? Ma lo conosci? Molto, ti piace insegnarlo. Ma cade verso la fine della scuola, quando iniziano i primi bollori e non si vede l’ora di tirar via. Peccato perché soppianterebbe benissimo il maestro, e darebbe lezioni di vita: “spesso in un dir confuso / e ‘n parole interrotte / meglio si esprime il core, / e più par che si mova, / che non si fa con voci adorne e dotte; / e ‘l silenzio ancor suole / aver prieghi e parole…”. E che il tuo ultimo cimento col Tasso è stato pericoloso, c’è stato un lancio liberatorio di fogli e libri inutili, nonché l’applauso a te professoressa (giovanissima), quando hai letto: “Amore, in quale scola, / da qual maestro s’apprende / la tua sì lunga e dubbia arte d’amare? / Chi c’insegna a spiegare / ciò che la mente intende, / mentre con l’ali tue sovra il ciel vola? / Non già la dotta Atene, / né ‘l Liceo ne ‘l dimostra; / non Febo in Elicona…”. E comincia l’estate, ogni stagione all’aperto, senza più alibi. Dove ognuno andrà a provare quello che sa, apprendere quello che gli rimane dal fuoco di un falò lunare o di una scottatura: “Amor, degno maestro / sol tu sei di te stesso, / e sol tu sei da te medesmo espresso; / tu di legger insegni / ai più rustici ingegni / quelle mirabil cose / che con lettre amorose / scrivi di propria man negli occhi altrui…”. E ci siamo incamminati verso le lapidi sulla parete: una porta gli omaggi di Goethe, l’altra di Chateaubriand che poi era andato a raccogliere le rose sulle mura di questo convento, parendogli che mostrassero “la tinta del dolore dei re” e fossero della specie di quelle “cresciute ai piedi del Calvario”. Poesia e sofferenza: rimano insieme.

Mani sapienti fanno la letteratura, ma impronte anonime la propagano dovunque. Scendiamo dal Gianicolo e vediamo la targa che ricorda Torquato Tasso “vicino”, san Filippo Neri che corre dietro le “liete grida” dei bambini. E poi parole di sangue sui muri, graffiti nelle metropolitane, vernici sugli asfalti, brividi lungo gli auricolari di chi viaggia, il cannone che spara mezzogiorno… E’ l’ora, dobbiamo andare: io all’altro capo della città, tu da tuo figlio dimesso a momenti dall’ospedale e a cui hai promesso di fargli vedere Roma. Ci diamo le mani, vuoi che ti scriva sul palmo l’indirizzo ché sei venuta via senza neanche un foglietto. Sento i battiti di scrivere “in rozza scorza”, sulla materia viva. Mi rassicuri che non ti avrei fatto perdere tempo, perché “perduto è tutto il tempo, / che in amar non si spende”. Le mie selvaggie (emozioni): ci porta via la musica.

[ Torquato Tasso, Aminta (a. II, sc. 3; a. I, sc. 1), in Id. Teatro, a cura di M. Guglielminetti, Garzanti editore, Milano 1983, pp. XV; 58-59; 10
Sandro Penna, Altre poesie (1936-1957), in Id. Tutte le poesie (“Opere di Sandro Penna”), Garzanti editore, Milano 1977-1984, pp. 293-294 ]
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