ALL’APPELLO ANCHE GIUNI RUSSO

Nel giorno in cui ricomincia la scuola, occhiali letterari per vedere il sole, gli studenti e…

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[ 14/09/15 ]

Cos’è che non muore mai? Mio nipote, con gli occhi di brace: “La scuola, zio!”. Evito di congratularmi con lui, per non distruggere l’idea del dovere che deve accompagnare un ragazzino di nove anni. Ma lo vedo nero, oggi, a riprendere, come tanti, le lezioni. Ammazza il tempo che rimane, calciando una pallottola di carta, che spara contro le pareti. Quel che non muore mai è la dolcezza del ricordo scolastico, quando sarà. Quel che non muore mai è Giuni Russo, la cantante scomparsa come oggi nel 2004.

Lascio che mio nipote abbia raggiunto la classe e i compagni. Non gli do a vedere della tenerezza che mi ispira a rifarsi vivo e aitante incontro ai compagni. A correre nelle braccia della maestra. Mi sciolgo, dopo, per conto mio, ascoltando in macchina “L’addio” di Giuni Russo: un’endovena. Tutto svanisce meravigliosamente in fretta tranne la cosa più lontana: i contorni della scuola. Magari non riesci ad afferrare quel che sta nel mezzo, ma l’inizio e la fine, l’entrata e l’uscita sono indelebili. Soltanto lì accadono i prodigi. Come dimenticare quel che avviene al narratore de “Il giardino dei Finzi-Contini” di G. Bassani? “ … Entrai nell’atrio del Guarini. Un gruppo di ragazzi, tra i quali notai subito vari compagni, sostava tranquillo dinanzi alla tabella delle medie. Appoggiata la bicicletta al muro, di fianco al portone d’ingresso, mi avvicinai tremante. Nessuno aveva mostrato di essersi accorto del mio arrivo. Guardai da dietro una siepe di spalle ostinatamente voltate. La vista mi si annebbiò. Guardai di nuovo: e il cinque rosso, unico numero in inchiostro rosso di una lunga filza di numeri in inchiostro nero, mi si impresse nell’anima con la violenza e col bruciore di un marchio infuocato. – Beh, cos’hai?, mi chiese Sergio Pavani, dandomi un colpetto gentile sulla schiena. – Non farai mica una tragedia per un cinque in matematica! …”.

Il fatto è drammatico: “Basti dire che verso le due del pomeriggio vagavo tuttora in bicicletta lungo la Mura degli Angeli, dalle parti di corso Ercole I. A casa non avevo nemmeno telefonato. Col volto rigato di lacrime, col cuore traboccante di una immensa pietà per me stesso, pedalavo senza quasi sapere dove mi trovassi e meditando confusi progetti suicidi”. L’ora si perde nel tempo, vincono l’inerzia e il coro delle cicale: chi fugge abbandona la bicicletta, si sdraia sull’erba, quasi è braccato o dorme. Su quell’implume ferito dalla prima saetta della vita, scende il richiamo e l’apparizione di un cherubino biondo: Micòl Finzi-Contini. “ … Si affacciava dal muro di cinta come da un davanzale, sporgendone con tutte le spalle e appoggiandovisi a braccia conserte. Sarà stata a non più di venticinque metri di distanza (sufficientemente vicina, dunque, perché riuscissi a vederle gli occhi, che erano chiari, grandi, forse troppo grandi, allora, nel piccolo viso magro di bimba), e mi osservava di sotto in su. – Cos’è che fai, là sopra? Sono dieci minuti che sto a guardarti. Se dormivi e ti ho svegliato, scusami. E… condoglianze!”. Micòl sapeva già tutto, non solo del votaccio. Anche come far entrare nel mitico giardino-paradiso-campo minato colui che, bocconi, aveva “vicinissimo, a pochi centimetri dall’orecchio, il ticchettio via via più lento della ruota posteriore della bicicletta ancora in cerca del punto di immobilità.” Nella canzone di Battiato, cantata da Giuni Russo come se la riscrivesse in maiuscole: ogni tanto un aquilone / nell’aria curva dava obliquità a quel tempo / che lasciava andare via gli idrogeni / nel mare dell’Oblio”.

[ Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, in Id. Il romanzo di Ferrara (Libro terzo), Oscar Scrittori del Novecento Mondadori, Milano 1991, vol. I, pp. 375-378 ]

Ma è “la fine dell’estate, / come in un romanzo, / l’eroina visse veramente prigioniera”. Il tu con cui divide il perimetro ormai scarso d’oro, le pervade ancora l’anima e fa accendere luci “sulla cime delle palme”. Ha bisogno di spiarlo “da una crepa sulla porta”, memore di guardare “con te, dietro la finestra … le rondini sfrecciare, in alto in verticale”. Era una malìa da cui chi canta non si sarebbe allontanata, erano strade di campagna ma “stavamo bene insieme”. Eppure lo si volle interrompere: “per orgoglio non dovevi lasciarmi andare via”. Furono lacrime con la loro componente d’acqua, “nel mare dell’Oblio”. Quanto accecarono allora, forse oggi non più (l’oblio ricorda tutto quello che gli uomini dimenticano). Ma solo un punto fu invincibile, il teatro finale, l’acuto: Quando me ne andai di casa finsi un’allegria ridicola. / Dei ragazzi uscivano da scuola… / Dietro alla stazione, sopra una corriera, / l’addio”.

[ Giuni Russo, L’addio (G. Di Martino – F. Battiato – G. Pio), la prima volta in G. Russo, Energie (cd), CGD, 1981 ]

S. – Devo molto ai giovani che leggono, studiano, frequentano aule o biblioteche. Alla loro presenza ho ricevuto sole da tutte le parti della mia passione letteraria e civile. Ma sui quei visi, fra le mani di quelle carte o quei libri, ho visto serpeggiare anche ombre tremende. C’erano quelli che il libro non lo avrebbero chiuso più: e questa è la giovinezza, anche eterna. Quelli che non lo avrebbero più guardato: e questa è la vita, o anche no. … Speriamo ricominci presto la scuola / speriamo che ci insegnino ad arrossire…” (Giuni Russo).

[ Giuni Russo, Abbronzate dai miraggi, (F. P. Messina – G. Russo – M. A. Sisini), la prima volta in G. Russo, Vox (cd), CGD, 1983 ]
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