GIUSEPPE DA COPERTINO E SAN CARMELO BENE

 (COMMEDIANTE E MARTIRE)

Il santo più santificato da Carmelo Bene non è se stesso ma san Giuseppe da Copertino. Entrambi condividono scene di adorazione e scandalo, la provenienza da terre di confine, dove il genio profuma di persecuzione e porta dritto alla santità. 

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[19/03/2016]

Nella vita del pugliese Giuseppe Desa (1603-1663), santo Giuseppe da Copertino, le Marche furono la colonia penale: a Osimo morì e ne è il patrono (anche degli studenti). Il Santo Uffizio non trovò zone migliori che fossero più lontane e vicine al perfido controllo. Ad ogni passo del progressivo allontanamento nelle Marche, gli occhi all’Inquisitore diventavano allucinati: al fraticello si ripetevano le estasi e le levitazioni e, nel mentre che volava o si sollevava, emetteva un ruglio che pareva d’asino, ma che poteva anche sembrare una “phoné” (diremo dopo). Metti le origini salentine; che a scuola era un ciuco, la testa sempre per aria e la bocca aperta (anche in convento); che poteva sfondare una pila di libri ma non i libri entrargli in testa; che si era diplomato tardi a costo di legarsi alla seggiola, nonostante il sedere fistoloso e l’invalidità generale; metti che mamma Franceschina gliene dava di scapaccioni ma le tornavano indietro perché il figlio, malgrado lui, volava in basso o in alto… ce n’è abbastanza per intenerirsi al misero che spira ad Osimo vagheggiando la Grottella salentina dove aveva fatto l’obbedienza. Gli pareva ieri che strabiliava per la Madonna di quel convento e alla madre manesca, povera donna idiota e illetterata assai più del suo figliolo, “tu non sei, tu non sei! – le ripeteva e, indicando la Vergine in pittura, quella è la mamma mia!” (C. Bene). E quando l’Inquisitore acconsentì e il quadro gli fu recato, “non la voglio più, disse. Un capriccio? Tutt’altro. Gli è che Giuseppe Desa ‘Voccaperta’ aveva piano piano smascherato il pittore di quel puerile desiderio: Malatasca (così nomava il diavolo)” (C. Bene). Succede: “Certi tramonti, è vero, non torneranno più, ché appena il disincanto adolescente alza dal pavimento dell’infanzia il suo volto confuso, ha già negli occhi l’ultimo tramonto” (C. Bene).    

Copertino e Campi Salentina non sono distanti in quel Salento che vede gli occhi già grandi e sporgenti di Carmelo Bene, quando nacque. Non solo il santo gli è congeniale per nascita ma è la medusa di ogni sua rivoluzione teatrale. Gli decifra ogni passo di iconoclasta della scena e della cultura. Nella sceneggiatura per il cinema che gli dedica (“A boccaperta è qualcosa in più, e perciò mai filmato”) rivive l’identica infruttuosità: come Desa anche Carmelo non riesce a maneggiare la vita pratica, le aspettative le fallisce per altri versi. Tanto sono, da non esserci: “è l’apoteosi del depensamento. A questo sud azzoppato, non resta che volare”. Sgraziati tutti e due, o sono il trionfo o il ripudio. Convivono grazia e blasfemia, la santità col genio, la periferia col centro. I fischi e gli osanna. Il parallelismo delle loro vite val Bene una messa: “Ora, quando si narra una sia pur sintetica autobiografia, che fondandosi sul proprio non esserci, sull’abbandono, sulla mancanza, non può che lasciarsi stilare dall’immaginario di questo reale, si vuol dire che il Salento fu visitato da una storia che, inclusa la strage dei Turchi, fu e continua ad essere il culto (cultura) di tutte le altre storie che quell’evento estromise. Otranto. Culla delle storie estromesse. Lutto oltremare. … E’ il Sud in perdita. Il suo guadagno. Anche se umiliato, oltraggiato, vilipeso dalla sciagurata inflazione consumistica, è ancora qui. In questo sud del Sud è nato il più grande santo tra i santi, colui che eccede la santità stessa: Giuseppe Desa da Copertino. Ecco il santo dei voli, – sommo lusso della sancta sanctorum: levitare. Ecco frate Asino. Accanto a tanta dotta interdisciplinarità. L’anno medesimo in cui si brucia il Pensiero a Campo de’ Fiori (Giordano Bruno), poco distante da Copertino nasce la Grazia”. Di chi? Di Giuseppe o di Carmelo? 

Le Marche devono parecchia forza motrice al santo protettore di Carmelo. E anche Carmelo alle Marche. Non solo Leopardi in piazza a Recanati per l’evento del 1987 ma la porta sempre aperta di casa Leopardi, se volesse tornare a stendersi (come ha già fatto una volta) sul letto del Recanatese per coordinare l’Infinito alla masturbazione generatrice. Porno e osceno sono due vocaboli con cui si è cercato di mettergli il bavaglio, ma Bene ha spiegato bene il perché. “è osceno ciò che è fuori scena, porno ciò che è nudo, nell’etimo, quindi sono giusto io, non voi, perché la cultura è l’aria, non un’aria o l’area”. A chi lo incolpava di ragliare i poeti con la sua “phoné”, la macchina attoriale con cui l’Attore aboliva scene trucco costumi per mettere tutto nell’amplificazione,  agitava i “significanti e non i significati, la musica e non le lingue e il più asino di tutti: san Giuseppe da Copertino. Se non a me, credete a lui!”. Viene da credergli, pensando che poi il santo ha battezzato anche la fortuna di Cupertino in California, cuore della Silicon Valley, palestra di gente come Steve Jobs, di roba come la Apple. Enfant terrible chi: Giuseppe da Copertino o san Carmelo Bene (commediante e martire)? “Il Grande Teatro è il Teatro senza spettacolo. Un non-luogo, soprattutto, quindi al riparo da qualsiasi storia. E’ in-testimoniabile. Cioè, lo spettatore per quanto martire (testimone nell’etimo da martỳr), per quanti sforzi possa compiere lo spettatore, dovrebbe non potere mai raccontare quel che ha udito, ciò da cui è stato posseduto nel suo abbandono a teatro”. Come il santo da Copertino di fronte all’Inquisitore: sfuggiva alle domande, lievitava in cielo.  

P. S. – Si narra che san Giuseppe da Copertino era uno sfacelo al refettorio. Rovesciava e vanificava qualunque stoviglia, pietanza. I frati, scandalizzati, lo mandavano di nuovo alla questua. Riceveva ogni bendidio ma tornandosene allegro, e volando, ricominciava a disperdere ogni cosa. L’inquisitore Ricciullo lo accusa anche di furti, nell’interrogatorio del 27 novembre 1638. Fabrizio La Paglia, a cui raccontavo del candore comune fra il santo e l’istrione, mi fa la terza ipotesi di Gianni Rodari: “- Mamma, vado a fare una passeggiata. – Va’ pure, Giovanni, ma sta’ attento quando attraversi la strada. – Va bene, mamma. Ciao”, ma poi basta le vetrine, le macchine, le nuvole per saltellare e perdere i pezzi del corpo. I passanti che alla madre angosciata riportano “una gamba, un orecchio, il naso”, ridimensionano: “Eh, signora, i bambini sono tutti così…”.

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[ Carmelo Bene, Giuseppe Desa da Copertino (A boccaperta), in Id. “Opere”, RCS Libri (Bompiani), Milano 1995, pp. 418-419
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna (autobiografia), in Id. op. cit., pp. 1106, 1052-1054
Arianna Finos, La prova più dura? Recitare L’Infinito, in “la Repubblica”, 2 settembre 2014
Piergiorgio Giacché, Carmelo Bene: antropologia di una macchina attoriale, Bompiani editore, Milano 2007, pp. 58-60, 201 
Gianni Rodari, La passeggiata di un distratto e Il semaforo blu, in “Favole al telefono”, Einaudi editore, 1962-1971, pp. 8-9, 75 ]

immagine iniziale: Pierpaolo Cornietti, “Ex voto per Carmelo Bene. Sono apparso alla Madonna”, pittura su tavola, anni ‘90

immagine finale: Luigi Presicce, “San Giuseppe da Copertino”, acrilico su tela

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